“ma misi me per l’alto mare aperto”
(Dante, Inferno, XXVI Canto)
(Dante, Inferno, XXVI Canto)
Il titolo del film di Kubrick assume l’archetipo primo della narrativa occidentale. Il viaggio per eccellenza, alla scoperta dell’universo; la tentazione dell’immortalità (Calipso); infine il ritorno, la scelta dell’umano. Così è in Omero; per Dante, invece, Ulisse varca le colonne d’Ercole, diretto oltre l’infinito; pecca di superbia sfidando i limiti posti all’uomo da Dio. E’ la colpa di Adamo, il peccato originale, connaturato all’uomo dacché l’uomo è autocosciente.
Il destino di Ulisse, dell’uomo, è intravedere l’infinito, proiettarsi in esso, per riconoscere poi che l’infinito appartiene a una dimensione altra, divina. “Direi che il concetto di Dio è l’essenza di 2001”, si spinse a dire Kubrick, alludendo non a un dio tradizionale, antropomorfo, ma alla possibilità che, tra miliardi di pianeti in miliardi di galassie, una civiltà aliena potesse aver raggiunto un grado di evoluzione tale da apparire, ai nostri occhi, prossima alla divinità.
“Non si può desiderare l’eternità perché essa non fa parte del nostro destino. Un destino imperfetto, effimero e deludente, ma l’unico che dobbiamo amare, a cui dobbiamo sempre tornare, e la storia di Ulisse è la storia di questo ritorno” (E. Carrère)
Il destino di Ulisse, dell’uomo, è intravedere l’infinito, proiettarsi in esso, per riconoscere poi che l’infinito appartiene a una dimensione altra, divina. “Direi che il concetto di Dio è l’essenza di 2001”, si spinse a dire Kubrick, alludendo non a un dio tradizionale, antropomorfo, ma alla possibilità che, tra miliardi di pianeti in miliardi di galassie, una civiltà aliena potesse aver raggiunto un grado di evoluzione tale da apparire, ai nostri occhi, prossima alla divinità.
“Non si può desiderare l’eternità perché essa non fa parte del nostro destino. Un destino imperfetto, effimero e deludente, ma l’unico che dobbiamo amare, a cui dobbiamo sempre tornare, e la storia di Ulisse è la storia di questo ritorno” (E. Carrère)




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